Disagio sociale e psicopatie. Una urgenza non più rinviabile.

Il disagio sociale e la diffusione delle psicopatie rappresentano una questione sociale rilevante.

Accade sempre più spesso che la mancanza di interventi mirati, finalizzati ad aiutare, curare e sostenere il soggetto affetto da una sofferenza di tipo psichico, sia essa psicosi o psicopatologia, si trasformi in tragedia: sia per il malato, sia per i familiari, spesso per coloro che, per un motivo o per un altro, egli trovi sulla sua strada.

I danni umani e sociali dell’inadeguatezza delle politiche in materia e del sistema socio-assistenziale a supporto dei portatori di malattie di questo tipo, molto spesso, si rilevano catastrofici.

E’ di pochi mesi fa la notizia della strage di Paupisi e dello sterminio di una famiglia ove solo una figlia, Antonia Ocone, sopravviveva per miracolo alla furia omicida del padre, del quale solo dopo si scopriva la sofferenza che già anni prima lo aveva interessato.

Viene da chiedersi dunque: se quell’uomo si fosse curato adeguatamente e se il sistema di assistenza avesse funzionato in maniera efficiente, quella strage si poteva evitare? Un presidio assistenziale migliore e più efficiente avrebbe aiutato anche i familiari a sostenere quel disagio? Credo di si.

Vediamo dunque come da un fatto reale, seppur tragico, i danni per il sistema causati dal singolo disagio di una persona possano essere molteplici: per le persone e le famiglie che vengono distrutte; per il contesto sociale che inerme si trova a vivere vicende spiacevoli; per le vittime innocenti; per i sopravvissuti e il sistema sanitario; per i responsabili e il sistema giustizia, per le comunità distrutte. Ma non solo.

Il disagio del singolo non adeguatamente supportato può diventare un problema di sicurezza pubblica. Ne è prova l’aggressione di qualche tempo fa, a Napoli, su un autobus, alla collega avvocato Alessia Viola, accoltellata da una persona con evidenti turbe psicotiche che, a seguito del fatto commesso, subito dopo, si suicidava.

In questi casi, la pericolosità di un soggetto non adeguatamente curato ed assistito, che spesso rifiuta le cure, si estende a coloro che tentano di assisterlo: siano essi familiari, medici, avvocati e/o altre figure.

Nella mia esperienza di avvocato mi è capitato in diversi casi di assistere persone affette da problematiche di questo tipo che avevano commesso reati ed in tutti i casi, indipendentemente dalla vicenda penale e dagli esiti processuali, ne consegue sempre un danno, uno strascico, una conseguenza sociale derivante dall’inefficienza del sistema socio-assistenziale a prendersi cura di queste persone, dal rifiuto delle cure da parte delle stesse, dall’impotenza delle famiglie ad aiutare i loro cari oppure dalla irrecuperabilità del soggetto.

Quando tutto va bene ne conseguono danni rimediabili che consistono nelle minacce e in atti violenti verso familiari, medici, avvocati. In altri casi gli esiti sono devastanti e vanno dalla furia omicida all’autolesionismo con exitus finale infausto, come recentemente accaduto per un giovane di cui mi sono occupato per i reati commessi in preda al suo stato.

Egli, dopo aver inflitto numerosi danni alla sua famiglia, alla società tramite la commissione di reati, al sistema sanitario-socioassistenziale che ha tentato di prendersene cura e dopo un lungo periodo di degenza in una struttura socio-assistenziale, alla fine, ha deciso di farla finita.

I disagi sociali e le psicopatie dunque sono un tema di rilevanza sociale serio sul quale è necessario mettere in campo le migliori soluzioni che consentano di fronteggiare ed affrontare il fenomeno, tanto nell’interesse dei malati quanto nell’interesse della società e in questo anche la politica è chiamata a fare la sua parte a tutela dei più fragili, delle famiglie e della comunità.